Altolà allo screening mammografico dallo Swiss Medical Board

Dietrofront svizzero sullo screening  mammografico. Lo Swiss Medical Board prende posizione sulle pagine del New England  Journal of Medicine  e si scaglia contro l’utilità dell’impiego della mammografia  a fini dello screening del cancro del seno, proponendone l’abolizione. Dopo anni di raccomandazioni da parte delle principali società scientifiche internazionali di settore sull’importanza di sottoporre le donne di età superiore ai 50 anni a valutazioni annuali dello stato di salute del loro seno siamo dunque a un punto di svolta? «Dati alla mano, lo screening mammografico riduce la mortalità solo nella convinzione delle donne, ma non nella realtà delle evidenza scientifiche», sostengono Nikola Biller-Andorno, Instituto of Etica Biomedica, Università di Zurigo e Peter Jüni, Instituto di Medicina Preventiva e Sociale e Unità di Trial Clinici, Diprtimento di Ricerca Clinica, Università di Berna. I ricercatori elvetici, membri dello Swiss Medical Board, circostanziano le loro affermazioni. Innanzitutto – dicono – il dibattito attuale si basa su una serie di rianalisi degli stessi, vecchi studi clinici (il primo avviato oltre 50 anni or sono nell’area di New York e l’ultimo nel 1991 nel Regno Unito), nessuno dei quali iniziato nell’era dei più moderni trattamenti antitumorali specifici per il cancro del seno, che hanno drammaticamente milgiorato la prognosi. I due medici svizzeri ricordano come non sia per nulla ovvio che la metodica di indagine di massa risulti più utile che dannosa. «La riduzione del rischio di mortalità da Ca del seno stimata in circa il 20% dagli esperti impone il prezzo di una considerevole cascata di procedure diagnostiche, strumentali e invasive come le biopsie, che comportano una non tracurabile quota di sovradiagnosi, vale a dire l’individuazione di lesioni clinicamente non significative pur se di origine tumorale». Biller-Adorno e colleghi riportano al proposito i dati del follow-up di 25 anni del Canadian National Breast Screening Study, dai quali emerge come  dei 484 tumori individuati mediante lo screening di 44.925 donne, ben 106, ovvero il 21,9%, era frutto di una sovradiagnosi, tumori cioè che non si sarebbero mai resi apparenti clinicamente. «Ma questo ha comportato comunicare una diagnosi di tumore a 106 donne che sono state trattate inutilmente per cancro del seno con cure basate su un mix di interventi chirurgici, chemioterapia e radioterapia non necessarie», sottolinea Biller-Adorno. E non basta. Una review Cochrane di 10 studi che hanno coinvolto oltre seicentomila donne non ha evidenziato alcun beneficio dello screening mamografico sulla mortalità complessiva. Gli autori elvetici ribadiscono il concetto che lo screening sia più efficace nella convinzione delle donne che non nella realtà dei fatti. Un sondaggio statunitense corroborerebbe questa posizione. Nell’indagine in questione  è stato chiesto a 1003 donne quale potesse essere secondo loro l’efficacia dello screening mammografico nel prevenire la mortalità da cancro del seno.  Per il 71,5% la risposta è stata una riduzione della mortalità di almeno la metà e per il 72,1% almeno 80 vite si potrebbero salvare ogni 1000 donne screenate. «Alla luce dei trial disponibili la realtà dei numeri è, però, profondamente diversa – dice Biller-Adorno -: la riduzione del rischio relativo è intorno al 20% e con lo screening ogni 1000 donne si può prevenire solo un decesso per cancro del seno. Come può allora una donna prendere decisioni sulla base di una sovrastima così grossolana del beneficio dello screening con mammografia?» Lo svizero snocciola altri dati statunitensi a supporto della sua tesi, ricordando che per ogni morte da cancro del seno prevenuta con un programma di screening decennale iniziato a un’età di 50 anni, 490 su 670 donne avranno un risultato falso positivo alla mammografia con successive rianalisi, 70 su 100 saranno sottoposte a una biopsia non necessaria e 3 su 14 riceveranno una diagnosi di cancro del seno che non sarebbe mai diventato clinicamente manifesto. Lo Swiss Medical Board  ha pertanto raccomandato di non avviare nuovi screening mammografici sistematici e di porre un limite temporale a quelli attualmente in corso nella federazione elvetica. Per quanto si tratti della raccomandazione di un’organizzazione non governativa e quindi non mandataria, alcuni cantoni l’hanno fatta propria e hanno già bloccato gli screening per il cancro del seno con mammografia. La comunità medica svizzera è in subbuglio e fa quadrato contro queste dichiarazioni che sono viste come “eresie” dagli esperti. Ma intanto il sasso è stato lanciato nello stagno e non mancherà di sollevare onde i cui effetti non sono facilmente prevedibili.   Leggi l’articolo originale: http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp1401875?query=TOC