Pacemaker e defibrillatori, device salvavita che oggi fanno anche diagnosi e terapia

Gli strumenti dell’ultima generazione permettono di “capire il linguaggio del cuore del paziente”. Costantemente collegati in remoto con la centrale operativa e il cardiologo, consentono di intervenire in tempo reale con le cure più adatte per scongiurare eventi più gravi

MILANO – Diagnosi immediata e indicazioni per una terapia da somministrare in tempo reale sono le prestazioni d’eccellenza che caratterizzano i device salvavita impiantabili di ultima generazione. Prestazioni impensabili fino a qualche anno fa. Al di là dell’estrema miniaturizzazione, infatti, il progresso biomedico ha fatto sì che i pacemaker e i defibrillatori moderni consentano di individuare e curare in tempo reale molte patologie del paziente cardiopatico, aiutando quindi anche il cardiologo.

“I pacemaker e i defibrillatori dell’ultima generazione ci permettono di ascoltare la ‘voce del cuore’ minuto dopo minuto – afferma Antonio D’Onofrio, responsabile dell’Unità Operativa Dipartimentale di Elettrofisiologia ‘Studio e Terapia delle Aritmie’ dell’ospedale Vincenzo Monaldi di Napoli -. Sì, perché il cuore ‘parla’ attraverso i suoi battiti e le sue aritmie e ci parla continuamente, dalla nascita alla morte. Ascoltare senza interruzione la sua voce ci permette di curare meglio e di organizzare una migliore prevenzione”.

Le macchine
Ma qual è la differenza tra pacemaker e defibrillatore? E’ presto detto. Il pacemaker è uno strumento elettronico capace di monitorare il battito del cuore e di erogare un impulso elettrico se rileva una frequenza troppo bassa. In pratica supporta e risolve le situazioni di bradicardia patologica, quando il rallentamento eccessivo potrebbe provocare vertigini, svenimenti e arresto cardiaco. Il defibrillatore, invece, oltre a essere un pacemaker a tutti gli effetti, è anche in grado di intervenire in caso di aritmia cardiaca con ritmi elevati. Nei casi di tachicardia ventricolare, spesso riesce a risolvere il problema senza che il paziente se ne accorga inviando al cuore impulsi che arrestano la tachicardia, quando invece l’aritmia è refrattaria a questa forma di terapia, il defibrillatore eroga una scarica elettrica che “resetta” l’attività del cuore, cioè azzera le contrazioni disordinate del cuore, ripristinando il ritmo normale. La scarica può essere avvertita dal paziente come una botta violenta al torace.

Il monitoraggio remoto e continuo
E come è possibile ascoltare il cuore 24 ore su 24?
Oggi si può farlo con i sistemi a “monitoraggio remoto”. Vediamo schematicamente come funzionano. I moderni pacemaker sono dotati internamente di una microscopica antenna che invia tutti i segnali rilevati (frequenza dei battiti, rallentamenti, aritmie ecc.) a una sorta di “telefonino” che il paziente può tenere in tasca: un trasmettitore intelligente che invia in tempo reale, attraverso la rete GSM, i dati a una centrale operativa. Un “cervellone” elabora automaticamente le informazioni e le organizza in grafici e tabelle di facile consultazione per gli operatori sanitari. In questo modo il medico può controllare al computer, in qualunque momento del giorno e della notte, il quadro clinico aggiornato del paziente e la tendenza dei vari parametri fisici. E questo che permette di curare e fare prevenzione immediata con i farmaci.
Chiediamo al professor D’Onofrio perché è importante disporre del monitoraggio “remoto e continuo” dei dispositivi impiantabili.
“Il monitoraggio remoto offre grandi vantaggi su due fronti: permette infatti di individuare precocemente sia le situazioni di criticità cliniche del paziente, sia quelle tecniche dell’impianto. Clinicamente, per esempio, si può anticipare di giorni la diagnosi di una fibrillazione atriale. Ciò permette di intervenire coi farmaci e di ridurre il rischio di eventi più gravi per il paziente. Dal punto di vista tecnico, invece, un aumento dell’impedenza di un catetere può avvisare dell’imminente rottura del catetere stesso. Altro vantaggio: il monitoraggio remoto permette di ridurre il carico di lavoro dei nostri ambulatori poiché il paziente può essere controllato a distanza evitando così la necessità di frequenti visite di controllo. Si riduce in tal modo l’onere dei familiari che accompagnano i parenti in ospedale, con notevole risparmio di spesa e di tempo, spesso sottratto al lavoro”.
“Dovete sapere – continua D’Onofrio – che la vita è fatta di una miriade di reazioni chimico-fisiche in continua evoluzione. Poter conoscere completamente l’evoluzione dei fenomeni fisiologici ci permette di capire perché si passa da uno stato di normalità a uno stato di patologia. Chiariamo con un esempio. Seguire solo a tratti la radiocronaca di una partita di calcio potrebbe portarci a non capire chi ha vinto, e con quanti goal. La stessa cosa vale per il controllo del cuore: solo ascoltandolo in modo continuo possiamo sapere con certezza se ha avuto momenti di sofferenza e anomalie nel funzionamento. Ecco spiegata l’importanza del monitoraggio remoto continuo”.

Meno ansia per il paziente
Il controllo remoto permette, inoltre, di fare diagnosi senza creare ansia e preoccupazione nel paziente che resta a casa, senza il bisogno di frequentare di continuo l’ospedale per i controlli. Tuttavia questa prestazione non è ancora riconosciuta dal Sistema Sanitario Nazionale né dal punto di vista regolatorio, né da quello economico. Il costo del trasmettitore non viene rimborsato all’ospedale che lo fornisce ai pazienti, e l’impegno dei medici non viene assimilato al controllo ambulatoriale (come avviene nella maggior parte dei Paesi occidentali). In Italia sono circa 800mila i pazienti con device impiantato (pacemaker e defibrillatori). Sono circa 60mila i nuovi pazienti ogni anno, mentre più 30mila pazienti all’anno cambiano il device per esaurimento della batteria. Di questi, circa 150mila pazienti vengono seguiti con controllo remoto.

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