“Nonni in fuga” dal SSN per cure low cost

anziani in fuga L’Italia non è un paese per vecchi. Parafrasando un flm di successo dei fratelli Coen, si potrebbe definire cosi il Bel Paese, alla luce del dossier  che FIPAC-Confesercenti ha stilato in merito al fenomeno della fuga degli anziani verso paesi low cost per potersi curare. Strangolati da pensioni minime, impossibilitati ad affrontare i rincari dei costi di ticket e farmaci, gli over 65 sono ormai in “fuga” dal Servizio sanitario nazionale.   Il Censis denuncia che, a causa dei costi della sanità, sono oltre 9 milioni gli italiani che hanno rinunciato a curarsi: rimandano visite e interventi; i più pazienti o quelli che proprio non possono farne a meno si rassegnano ad aspettare tempi di scala geologica  per esami diagnostici; moltissimi non possono acquistare  i farmaci che non sono rimborsabili dal SSN. Di questo esercito di 9 milioni di connazionali di fatto esclusi dalle cure, ben 2 milioni sono anziani. Cioè quelli che avrebbero maggiore bisogno di cure, dato nella fascia di età compresa tra 65 e 74 anni circa un terzo delle persone è affetto da una malattia cronica (indagine Multiscopo Istat).  
E così molti, se sono in grado di muoversi, usufruiscono di cure mediche all’estero. Si tratta di un fenomeno che negli ultimi 5 anni è cresciuto del 20 per cento ed ha coinvolto circa 400 mila anziani. Li hanno chiamati i “ nonni in fuga”:  a causa della scarsa capacità di acquisto delle pensioni, proprio loro che avrebbero maggiore diritto a tutele data la loro fragilità, non riescono a pagare le cure necessarie e a mantenere un adeguato livello di vita e per questo si trasferiscono, “armi e bagagli” nei paesi low cost. Ad oggi, è stato stimato che circa 270 mila degli anziani coinvolti nelle fughe all’estero percepiscono una pensione che va da 650 a 1000 euro, mentre 130 mila fra 1000 e 1500 euro. Non si tratta di  quindi di una  classe medio alta in cerca di cure mediche specialistiche e costose, ma di una fascia media sempre più impoverita dalla crisi.   Ma dove vanno? Secondo la Confesercenti le mete di questo turismo sanitario di necessità sono principalmente Romania, Cipro, Malta, Slovenia, Canarie,. La Romania, si conferma meta ambita per le cure odontoiatriche. E non è una sorpresa, visto che sono proprio le visite dal dentista quelle a cui gli italiani rinunciano più spesso, tanto che è stata stimata una riduzione fino al 23%. Nel 2012 le visite odontoiatriche sono state 2,8 milioni, pari a 4,7 ogni 100 persone, in sensibile riduzione rispetto al 2005 quando erano 3,7 milioni cioè 6,4 ogni 100 persone. Un dato che conferma una tendenza già rilevata dall’ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani) secondo cui oltre 500.000 famiglie italiane, dal 2007 al 2012, hanno rinunciato al dentista, anche in presenza di serie patologie.   Generalmente per le cure all’estero c’è un risparmio del 50-60%, viaggio e alloggio compreso, e questa percentuale va applicata su interventi che in Italia costano dai 6 agli 8 mila euro. E poco importa se le procedure utilizzate non siano proprio le più aggiornate: per un sorriso nuovo di zecca non ci si preoccupa troppo dei controlli di routine e si accetta il rischio di possibili complicazioni tardive.   Ma i nonni in fuga non si limitano al viaggio mordi e fuggi per una nuova dentiera. E’ in aumento significativo il numero di anziani che chiudono i legami con la patria natia e decidono di trascorre quello che resta loro da vivere in paesi dove il costo della vita sia minore, spese di cura incluse. L’INPS certifica che i pensionati residenti all’estero erano 300.000 nel 2011. Questo numero, secondo i dati di EUROSTAT, è salito, nel 2012 a 400.000. Il 75% della popolazione anziana preferisce restare in Europa, privilegiando le Canarie, seguite da Grecia e Cipro. Sono gettonate anche  altre località,  come Marocco, Tunisia, Thailandia,  Filippine, Repubblica Domenicana e Costarica. Con 1000 euro al mese in questi paesi si vive bene, basta avere una polizza sanitaria per tutelarsi dagli acciacchi dell’età e del resto si tratta di paesi con livelli di assistenza sanitaria su standard più che buoni.   La fuga dal Sistema sanitario delle persone anziane si evidenzia anche con altre modalità, senza necessariamente andare all’estero: è in forte aumento il numero di pensionati (e non solo) italiani che si rivolgono sempre più ai servizi offerti dalle associazioni non profit, originariamente nati per dare un’assistenza agli stranieri. Ambulatori sociali, spesso portati avanti con il contributo di volontari, che forniscono prestazioni anche ai connazionali prevalentemente bisognosi di  farmaci da banco non acquistabili per i livelli pensionistici e la povertà sanitaria cui molti pensionati sono costretti. Parlando di farmaci deve fare riflettere il dato del Censis secondo cui il 28% degli anziani,  cioè praticamente uno su cinque, ha ridotto l’acquisto di farmaci pagati di tasca propria. Il bisogno di farmaci, in sostanza, non riguarda più solo immigrati e profughi, ma un numero crescente di italiani.   D’altra parte i dati Istat dl 2012 dicono che le famiglie italiane hanno contribuito alla spesa sanitaria con proprie risorse per il 20,6%. Il fatto è che l’Italia ha una delle spese sanitarie più basse d’Europa, eppure non riesce a garantire un’assistenza a fasce sempre più estese di popolazione. I tagli alla sanità avranno anche dato una sistemata ai conti, ma hanno di fatto diminuito il diritto alle cure dei cittadini di molti regioni italiane. Secondo il rapporto Oasi 2013 (Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano), presentato all’università Bocconi di Milano dal Cergas (Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale), i numerosi piani di rientro non hanno fatto altro che ridurre notevolmente la spesa sanitaria e creato un sistema di welfare che non riesce a rispondere alle esigenze dei cittadini.   Gli esperti sostengono che se si continuerà con la politica dei tagli lineari in sanità si rischia di fare la stessa fine della Grecia, dove l’austerity ha già iniziato a peggiorare la salute dei cittadini in maniera misurabile. Già oggi l’aspettativa di vita di chi nasce nel Sud, dicono  i ricercatori della Bocconi, è già quattro anni più bassa rispetto alla media. Se continuiamo su questa strada, insomma, l’Italia non sarà neanche più un paese di vecchi.   Leggi http://test.fipac.it/wp-content/uploads/2014/05/DOSSIER-fipac-su-sanità.pdf

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